5 febbraio 2014 - h 20.30</br>Apologia di Socrate</br>di Platone

5 febbraio 2014 – h 20.30
Apologia di Socrate
di Platone

E’ questo di Platone il dialogo politico per eccellenza, poiché vede di fronte un uomo e la comunità, la città in cui vive, nel drammatico confronto sul senso del vivere personale e politico.
La messa in scena ricerca una comunicazione immediata e coinvolgente, facendo risuonare vivi e attuali il pensiero e l’esempio di Socrate così come la testimonianza diretta di Platone ce li tramanda.
La rappresentazione è essenziale, affidandosi al pensiero, alla parola, al gesto e alla comunicazione fra i due protagonisti: Socrate e i 500 giudici, rappresentanti della polis tutta, impersonati dal pubblico presente alla recita.
Il lavoro drammaturgico conserva la sostanziale integrità del testo platonico, sforzandosi di chiarire e accentuare i punti focali, i passaggi e i contrasti che consentono una viva, suggestiva e trascinante sequenza drammatica.
Socrate, vittima di una congiura politica, è accusato di corrompere i giovani e di empietà. Per questo è condannato a morte.
Ma alla fine del processo il filosofo rivolge ai suoi accusatori un ultimo e definitivo messaggio:
“Se credete, col condannare a morte uomini, di impedire a qualcuno di rimproverarvi perché non vivete in modo retto, voi non pensate bene; a un uomo giusto, infatti, non può capitare nessun male, né in vita né in morte”. L’evento cui si riferisce l’Apologia è l’autodifesa che Socrate pronunciò davanti ai giudici di Atene nel 399 a.C. Platone ne fu testimone oculare.

DAL TESTO ALLA MESSA IN SCENA
L’Apologia introduce il pubblico nella dialettica socratica, una dialettica mai fine a se stessa e che, in una sequenza a volte drammatica, ma sovente ironica, viene indicata come strumento indispensabile per la ricerca della conoscenza e della definizione dei valori.
L’interpretazione scenica tende a ricostruire, nel rapporto tra Socrate e i suoi accusatori e i giudici ateniesi, un contrasto drammatico tra attore e pubblico, chiamando la platea a diventare interlocutore e a rispondere alle domande e alle provocazioni del maestro, ora accusato, ora condannato, ora calunniato.
La parola si fa voce, gesto, azione, per risuonare nell’aria che noi, qui e oggi, respiriamo, non meno inaudita che nell’aria malsana di quella Atene.
La nostra Atene ha oggi un suo Socrate da ascoltare?

 

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